AICI

Associazione delle istituzioni di cultura italiane.

L’AICI è stata costituita nel 1992 da un gruppo di associazioni, fondazioni e istituti culturali di grande prestigio e consolidata attività. I suoi Soci, distribuiti sul territorio nazionale, svolgono attività di ricerca, conservazione e promozione nei più diversi ambiti della produzione culturale.

La missione istituzionale dell’AICI, svolta attraverso gli organi associativi, è quella di “tutelare e valorizzare la funzione delle Istituzioni di cultura, nelle quali la Costituzione della Repubblica riconosce una componente essenziale della comunità nazionale” (art. 2 dello Statuto).

Un fronte comune verso una public social responsability

Tra mercato e responsabilità: imprese sociali, imprese culturali, società benefit – Franco Broccardi, CNDCEC

 

Siamo abituati a ragionare per categorie. Buoni/cattivi o se preferite cowboys/indiani, bianco/nero, destra/sinistra, i Genesis prima/dopo Peter Gabriel. Siamo abituati a pensare le cose immutabili e ferme ma il mondo dovrebbe insegnarcelo ogni giorno: tutto cambia e non resta che adeguarsi.
Tutto, in questi tempi, si muove verso quella che Marco Cammelli definisce una solida flessibilità. E così parole come Mercato e Responsabilità sociale non sono più contrapposte. Sono, anzi, il segno di questi tempi ibridi e profondi.Per generare sviluppo oggi non si può più tenere in considerazione solo il valore economico ma assume sempre maggiore rilevanza l’impatto sociale delle attività d’impresa cosicché l’interesse delle società è sempre più rivolto a questi e agli aspetti legati reputazionali e a quelli di responsabilità sociale.
La corporate social responsability è una strada che sempre di più incrocia le scelte imprenditoriali e che in qualche modo realizza le idee che già erano di Adriano Olivetti. E dall’altra parte, il Terzo Settore ha nella sostenibilità il recinto entro cui portare a buon fine i propri obiettivi caratteristici.
Con le nuove norme sull’Impresa Sociale, e soprattutto con la spinta che la riforma tutta del terzo settore ha dato proprio in questa direzione, si sono abbattuti muri e vecchi abiti mentali. Il non profit non vede più nelle attività commerciali un tabù o, peggio, un inquinamento della propria purezza. Non for profit è il modo corretto in cui dovremmo abituarci a pronunciarlo.

Spingendosi ancora oltre, abbiamo abbattuto il confine dell’habitus giuridico: possono essere Imprese Sociali anche le società di capitali. Si pensi ad Andrea Bartoli, il notaio di Favara fondatore di Farm Cultural Park: la sua nuova opera sarà S.p.A.B. la Società per Azioni Buone. Una S.p.A. Impresa sociale votata al recupero di immobili da destinare ad attività sociali. Una S.p.A. che come ogni società di capitali dovrà garantirsi la piena sostenibilità e che come ogni impresa non profit si dedicherà ad attività di pubblica utilità.
Ma l’ibridazione la troviamo anche nel capo opposto. Le Società Benefit, introdotte nel nostro ordinamento con la legge di bilancio 2016, non prescindono dallo scopo lucrativo ma rappresentano una nuova possibilità data alle imprese già esistenti o di nuova costituzione di proteggere l’attività imprenditoriale nel lungo termine puntando a massimizzare non solo i dividendi per i soci come nelle strutture societarie profit ma anche l’impatto positivo sugli altri portatori d’interesse. Con le società benefit l’interesse si moltiplica a vantaggio di altri beneficiari, l’egoismo utilitaristico lascia il passo al beneficio comune e il fine vira da quello che era lo shareholder value, il beneficio per i soci, verso lo stakeholder value, quello della categoria più grande e importante dei portatori di interesse.
E ancora: quello che prima era relegato ad atto occasionale e soggetto al giudizio dell’assemblea diventa parte integrante del processo aziendale, ciò che era sporadico si ritrova sistemico, quello che spesso era casuale diventa una prassi non solo possibile ma addirittura obbligatoria. Quello che era soggettivo, quindi, è ora parte dell’oggetto sociale, attività sottoposta al controllo non più incentrato sul perché ma sul come.
Operare in ambito culturale, esserne imprenditore, significa avere a che fare con una pluralità di portatori di interessi di genere alquanto vario, navigare in un mare che, per definizione, non è mai uguale a sé stesso. La flessibilità, quindi, la capacità di adattamento, di possibilità di scelta del modello gestionale più aderente alle capacità e alle esigenze devono essere strumenti di serie nella cassetta degli attrezzi dell’impresa culturale e non più solo parte del kit di salvataggio. Molto spesso nelle discussioni sulle imprese culturali si ha l’impressione che tutto ciò che è adesso così sarà per sempre, immutabile in saecula saeculorum. Che la nostra strada sia sempre un senso unico. Non lo è, invece. Non lo è nessuno status giuridico né uno statuto. Non lo sono il modello di governance, l’assetto e neppure gli obiettivi prefissi.

Certamente la mancata introduzione di incentivi fiscali alle società benefit rende meno appetibile la loro diffusione. Ma ancor più grave è l’incertezza ancor oggi irrisolta circa la possibilità di considerare i costi relativi della attività benefit inerenti e, soprattutto, pianamente deducibili. Su questo argomento e sul tema delle sponsorizzazioni culturali è stato aperto un tavolo di discussione con l’ufficio normativo dell’Agenzia delle Entrate anche se è dalla politica che ci dovremo aspettare indicazioni chiare a riguardo.
Così come dalla politica non potremo prescindere circa la reale applicazione delle norme sull’Impresa Culturale e Creativa definite con la legge di bilancio dello scorso anno. Una definizione che ha fatto proprio il senso dell’ibridazione a cui abbiamo accennato prima e che non ha voluto porre barriere tra profit e non profit, tra attività commerciali e non, che non ha voluto giustamente separare ciò che non è sempre così facilmente separabile: il culturale dal creativo. Che, sostanzialmente, non ha voluto distinguere il come né soffermarsi troppo sul perché ma ha posto l’accento sul cosa, nel suon senso più ampio, e soprattutto sul per chi.

Servirà la politica per non perdere una occasione. La norma prevedeva l’introduzione di un decreto attuativo che non ha mai visto la luce così come del credito fiscale previsto per il finanziamento delle loro attività, per quanto ridotto, si sono perse le tracce e i fondi. Delle ICC abbiamo al momento, quindi, solo una definizione. Non poco, certamente, ma senza dubbio qualcosa di insufficiente a dare qualcosa di più che un contenitore a un comparto che potrebbe essere il traino dell’economia nazionale.

Franco Broccardi, CNDCEC, coordinatore del gruppo di lavoro Economia e Cultura

Pubblica un commento

You don't have permission to register