AICI

Associazione delle istituzioni di cultura italiane.

L’AICI è stata costituita nel 1992 da un gruppo di associazioni, fondazioni e istituti culturali di grande prestigio e consolidata attività. I suoi Soci, distribuiti sul territorio nazionale, svolgono attività di ricerca, conservazione e promozione nei più diversi ambiti della produzione culturale.

La missione istituzionale dell’AICI, svolta attraverso gli organi associativi, è quella di “tutelare e valorizzare la funzione delle Istituzioni di cultura, nelle quali la Costituzione della Repubblica riconosce una componente essenziale della comunità nazionale” (art. 2 dello Statuto).

Un fronte comune verso una public social responsability

Associazioni e Fondazioni culturali: perché diventare Enti di Terzo settore – Monica De Paoli, Notaio in Milano; CNN

Associazioni e Fondazioni culturali: perché diventare Enti di Terzo settore; adeguamenti statutari e regime transitorio
Monica De Paoli, Notaio in Milano; CNN, componente della Commissione Terzo Settore del Consiglio Nazionale del Notariato

Premessa
L’invito a partecipare a questa giornata mi è particolarmente gradito per la centralità dell’argomento in questo particolare momento storico. Proprio per questo – e perché molto si è già detto su una riforma ancora lontana dal trovare attuazione e densa di legittimi punti interrogativi – vorrei affrontare l’argomento che mi è stato affidato con alcune suggestioni nate sia dall’esame dei testi della riforma che, soprattutto, dall’esperienza professionale di questo primo anno dalla pubblicazione dei decreti dedicati al Codice del Terzo settore e all’Impresa sociale. Mi auguro che ciò risulti di qualche utilità per gli enti culturali che nel corso del 2019 si troveranno a dover decidere se diventare ETS e con quali modalità, adeguando gli statuti.
Anticipo quello che sarà il leitmotiv del mio intervento riportando uno dei principi fondativi dell’impact investing: “Combinare gli interessi privati per il bene comune genera una società più ricca, più giusta e più stabile che, in sintesi, conduce a un ambiente economico migliore e a profitti di lungo termine”.

Questa frase di Porter, buon filo conduttore per le riflessioni di questa mattina, parte da una constatazione della realtà: è necessario -combinando gli interessi privati- aiutare chi si occupa di cultura a crescere e crescere bene, per prendere il testimone di una pubblica amministrazione che non ha più fondi da investire, ma anche -lasciatemi citare una problematica tipicamente europea e italiana- immaginare un futuro per la secolare attività degli enti religiosi, sempre meno in grado di gestire i propri beni e i propri carismi (non solo in ambito sociosanitario assistenziale ma educativo, culturale e museale). Garantire la continuità di questa azione e la sua impronta universalistica richiede una crescita e un adeguamento del privato sociale, loro erede naturale.

Ma come? L’approccio al Codice del Terzo settore e all’Impresa sociale va a mio avviso interpretato non solo in termini di adeguamento degli enti alle nuove norme, ma soprattutto come un punto di partenza di una transizione necessaria verso forme evolute di sostenibilità e di crescita attraverso strumenti di condivisione, di aggregazione per raggiungere la scala critica, e di ibridazione con il pubblico e il mondo profit.

Andiamo con ordine.

I tempi e i modi per diventare ETS
I decreti correttivi di luglio e agosto 2018 hanno allungato il termine per l’adeguamento statutario di Onlus, APS e ODV al 3 agosto 2019 (24 mesi) mentre quello per le imprese sociali scade il 20 gennaio 2019; le ragioni di questo disallineamento decisamente sfuggono, ma tant’è: non siamo qui per aggiungere una polemica.
Sappiamo che la riforma richiede la pubblicazione di numerosi decreti attuativi e che per l’entrata in vigore della maggior parte delle agevolazioni fiscali serve il parere favorevole della Commissione europea, ancora non richiesto. Se questo via libera arrivasse nel corso del 2019, le agevolazioni partirebbero dal 2020.
Il punto centrale attorno a cui ruota il sistema della Riforma è dato dal Registro Unico degli Enti di Terzo settore, senza il quale la scelta di diventare ETS e l’adeguamento degli statuti perdono di significato.
Nel frattempo, va segnalato che le Prefetture e le Regioni, avendo tuttora competenza sulle pratiche di riconoscimento della personalità giuridica e sulle modifiche statutarie, danno interpretazioni non uniformi sul territorio in ordine al recepimento negli statuti delle norme del Codice del Terzo settore sugli ETS.
Il dott. Lombardi nel suo intervento non ha dato tempi certi sul processo di pubblicazione dei decreti attuativi ma ha richiamato l’attenzione sul fatto che gli enti che decideranno di diventare Enti del Terzo settore dovranno necessariamente scegliere a quale delle categorie indicate dall’articolo 46 del Codice vorranno essere iscritti.
Come sappiamo, disattendendo le indicazioni contenute nella Legge delega del 2016, il legislatore delegato ha scelto di non operare una riforma esaustiva del settore ma di creare un sottosistema nel quale trovano spazio categorie esistenti, ne vengono istituite di nuove, spariscono le Onlus e viene definita una categoria residuale degli “altri enti del Terzo settore” nella quale troveranno presumibilmente casa i comitati, dimenticati dal legislatore della riforma, e altri soggetti come ad esempio i trust onlus. Il dott. Lombardi ha parlato in proposito di categoria residuale creata per accogliere tutti gli enti che non rientrano specificamente nelle altre categorie. Mi permetto di suggerire un approccio cauto in questa direzione, tenuto conto del fatto che l’iscrizione può avvenire per silenzio – assenso e che successivamente una eventuale cancellazione (articolo 50 del Codice) provoca la devoluzione del patrimonio dell’ente.
È noto che sia il Codice che il D. Lgs 112 sull’impresa sociale hanno adottato, oltre alla suddivisione in categorie per gli ETS, il modello – che personalmente non condivido – degli elenchi di attività. L’esperienza delle Onlus e della vecchia impresa sociale evidentemente non è bastato; già nella prima applicazione della legge sono evidenti i limiti di questa scelta e le difficoltà che creano alla costruzione di progetti in ambiti (e sono molti) borderline rispetto a quelli inquadrati dalla legge.
Ora, parlando di enti culturali, le attività di interesse generale nelle quali devono rientrare per acquisire la qualifica di ETS o di impresa sociale (con minime differenze) sono:

  • interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio, ai sensi del d.lgs 42/04;
  • organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse attività, anche editoriali, di promozione e diffusione della cultura e della pratica del volontariato e delle attività di interesse generale;
  • organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso.

Alcune esperienze di aggregazione e innovazione
Per tornare all’argomento che mi sta a cuore oggi approfondire, quello degli strumenti che consentono l’aggregazione tra enti per la realizzazione di progetti, l’acquisizione di finanziamenti e/o di fondi ecc..(tenendo da parte le operazioni straordinarie di fusione, scissione e trasformazione tra enti, ora disciplinate dall’art. 42 bis del codice civile) va ricordato che il Codice del Terzo settore prevede unicamente le Reti associative che, secondo quando prescrive l’art 41 , richiedono intanto la forma dell’associazione riconosciuta o non riconosciuta, e un numero minimo di partecipanti così elevato da renderle di fatto uno strumento di difficile applicazione e di fatto marginale.
La riforma non estende agli ETS la possibilità di sottoscrivere contratti di rete, previsti oggi solo per le imprese. Questa a mio avviso è un’occasione mancata, perché si sono ignorate le potenzialità di uno strumento duttile e modulabile, come vedremo nel seguito.
Mentre quindi la riforma attende la piena attuazione, e riprendendo gli spunti di cui ho parlato in premessa, parliamo ora brevemente di alcune esperienze particolarmente interessanti in termini di innovazione e creazione di valore sociale, che ho avuto il privilegio di seguire professionalmente in ambito culturale e non, e che dimostrano la spinta in essere, a prescindere dalla riforma, verso nuove forme evolute di partnership tra enti, pubblici e privati, profit e non profit, e di sostegno finanziario. Sono lieta di condividerle con voi, e i loro stessi protagonisti mi hanno stimolato a metterne a parte un’audience come quella odierna.
Per semplificare la narrazione, ho suddiviso queste case history in tipologie di modelli.

Mecenatismo più innovazione: Palazzo Butera a Palermo
Il progetto di Palazzo Butera nasce dalla visione e dalla generosità della famiglia Valsecchi che acquista e ristruttura uno dei più importanti palazzi di Palermo, con una facciata sul mare che misura oltre 120 metri e con un’apertura dal lato opposto sulla Kalsa, uno dei quartieri più densi di vita e di esperienze della città. L’intento è quello di trasformare la “diga” che il palazzo forma tra città e mare in una membrana osmotica, a disposizione della città per mostre, eventi e spazi pubblici, ma anche animando un progetto ancora più ampio: l’associazione Mediterranean Gateway Palermo, costituita inizialmente da Palazzo Butera, Fondazione Fits!, il Sistema museale di Palermo (Unipalermo), l’Arcidiocesi, Next e Social Fare di Torino per generare innovazione sociale attraverso l’arte e la cultura, ed essere motore di aggregazione di eccellenze italiane e straniere e di sviluppo economico e rinascita sociale per il territorio.

L’impresa sociale per progetti di sistema: Trame d’Italia
Trame d’Italia è un progetto che mira a mettere a sistema a livello nazionale, grazie ad un modello scalabile e replicabile, il patrimonio culturale diffuso del nostro Paese. Attraverso la creazione e la vendita di itinerari culturali vuole favorire la conoscenza e la crescita di territori italiani autentici e poco conosciuti, generando occupazione e sviluppo sostenibile. Il tutto attraverso una piattaforma digitale, www.trameditalia.it, che aggrega itinerari culturali con un approccio interdisciplinare capace di mostrare la trama di un territorio e le sue connessioni attraverso la storia, l’arte, la cultura, l’attività produttiva, l’artigianato e l’enogastronomia di quel luogo. Secondo questo modello, la fruizione del territorio, della sua cultura, dell’ambiente e dell’enogastronomia avviene naturalmente (è il caso di dirlo) nei luoghi, e non in ambienti fieristici come FiCo a Bologna, caratterizzati da un’idea di parco a tema del tutto opposta al genus italiano.
Trame d’Italia s.r.l. è un’impresa sociale che, dal centro, mette a disposizione di reti di operatori e soggetti dei diversi territori affiliati la piattaforma digitale, il brand, il disciplinare di prodotto, gli accordi distributivi e gli investimenti promozionali. Alle diverse Trame locali compete di sviluppare gli itinerari e i contenuti, attivare il territorio e svolgere le funzioni di “destination management”.
Soci fondatori dell’iniziativa sono Associazione Dimore Storiche Italiane, Consorzio CGM, Confcooperative, Musement e Valica con il supporto di Fondazione Italiana Accenture, FAI, Fondazione Cariplo, Google, Touring Club Italiano e UBI Banca come official bank.

Il modello di una grande rete
Per capire quanto il contratto di rete sia uno strumento efficiente per scalare progetti maggiori, è importante citare un’altra grande rete che non opera in ambito culturale: è RIBeS – Rete Italiana Benessere e Salute. Costituita in via prevalente da cooperative sociali operanti nell’ambito socio-assistenziale e sanitario, Ribes ha riunito più di venti soggetti (1 miliardo 800 milioni di fatturato aggregato, 40.000 addetti: la più grande “azienda” italiana di settore) allo scopo di creare sinergie nella progettazione, ricerca-innovazione, scambio, sviluppo, diffusione e promozione di nuovi modelli operativi economicamente sostenibili nel campo del welfare, della salute e del benessere, cercando di superare gradualmente i particolarismi e le divisioni che tuttora condizionano la capacità competitiva del Terzo Settore e di riflesso espongono l’Italia – nel passaggio al nuovo welfare – al rischio di inefficienze e diseguaglianze tra cittadini e cittadini e tra parti e parti del Paese.
Lo scopo dell’attività congiunta è la sperimentazione, la promozione, la diffusione su scala nazionale e internazionale dei modelli sviluppati dalla Rete e adottati in primis dalle Organizzazioni Partecipanti, così da concorrere a orientare le politiche e le pratiche pubbliche, anche grazie a nuovi strumenti finanziari messi a punto da una banca che partecipa a titolo di singolo retista, in ottica rigorosamente paritaria.
Un soggetto di più recente costituzione è Rete Generativa, che è invece un esempio di integrazione profit e non profit, (ad essa aderiscono società lucrative ma anche cooperative sociali e fondazioni d’impresa) con lo scopo di promuovere a livello nazionale lo sviluppo, lo scambio e l’applicazione di modelli di business innovativi, sostenibili e ispirati a principi e pratiche di economia circolare al fine di fornire nuove risposte ad elevato valore sociale nei settori dell’energia, dell’ambiente e della comunicazione.

Partnership Pubblico-privato
Altri due progetti, questa volta in ambito culturale, interessanti perché esempi di collaborazione pubblico – privato sono:
– la Fondazione Lecce 2019, nata dalla trasformazione del Comitato Promotore della candidatura della Città di Lecce a Capitale Europea della Cultura per il 2019, costituito dal Comune e dalla Provincia di Lecce, dalla Regione Puglia, dall’Università del Salento, dalla Camera di Commercio di Lecce, dal Comune di Brindisi, dall’Associazione Fucina Futuro, dal Forum dei sostenitori per sostenere la candidatura di Lecce a Capitale della cultura 2019 promuovendo il programma Reinventing EUtopia, con l’obbiettivo di migliorare l’ampiezza, la diversità e la dimensione europea dell’offerta culturale di Lecce e del territorio.
Ha vinto Matera, ma la competizione con un soggetto così strutturato ha contribuito ad alzare l’asticella del confronto.
– un progetto per supportare Brera. Qualche tempo fa alcune grandi banche e imprese avevano valutato di costituite un ente non profit per sostenere le attività della Pinacoteca di Brera e degli istituti ad essa collegati, attraverso la realizzazione di mostre, eventi, pubblicazioni ecc.., e la tutela, la conservazione e il restauro dei beni artistici della Pinacoteca nonché l’acquisto di nuove opere mediante un sostegno economico. Il progetto traeva ispirazione dall’esperienza dall’associazione Partners Palazzo Strozzi, che riunisce un gruppo qualificato di aziende private di standing nazionale ed internazionale che sostengono la Fondazione Palazzo Strozzi, svolgendo attività di fundraising e inoltre apportando nuove idee, ed esperienze di co-marketing. L’Associazione Partners Palazzo Strozzi supporta la Fondazione nella ricerca e nel coinvolgimento, in Italia e all’estero, di quelle aziende che sotto l’egida del mecenatismo promuovono l’arte e la cultura di Firenze.

Le risorse diffuse: il ristorante della Triennale di Milano
Il ristorante della Triennale di Milano è stato realizzato grazie ad una operazione di crowdfunding (prestito comunitario) attraverso la piattaforma Terzo Valore di Banca Prossima. La Banca ha deliberato un finanziamento alla Triennale per la realizzazione del ristorante, concordandone durata, tasso di interesse e condizioni; alla Triennale è stato consentito di aprire attraverso la piattaforma un crowdlending dove le persone interessate potevano scegliere di prestare all’Ente a un tasso di interesse da zero al due per cento, consentendo così di ottenere un tasso medio (banca+cittadini) nettamente più basso di quello commerciale; la banca offriva una garanzia totale sul capitale prestato. Il risultato finale equivaleva perciò all’emissione di un’obbligazione risk free. L’offerta è stata chiusa in due settimane. In progetti come questo per la Triennale, la piattaforma Terzo Valore ha complessivamente consentito di risparmiare oltre un milione di Euro di interessi su 15 milioni finanziati.

Venture capital e capacity building: Music Innovation Hub
L’iniziativa Music Innovation Hub, sviluppata da MMC, Oxà e Cariplo Factory intende modificare in modo strutturale alcuni aspetti del “sistema musica” in Italia, generando impatto sociale lungo tutta la filiera. Si tratta della prima iniziativa di business sociale nella musica, che intende favorire l’educazione musicale presso le giovani generazioni e offrire opportunità di sviluppo del talento italiano, oggi limitato ad alcuni format televisivi (talent, festival) e vincolato da una politica di bassi investimenti di innovazione da parte delle case discografiche major. Music Innovation Hub è stata costituita in forma di società per azioni impresa sociale. La società ha deliberato l’emissione di strumenti finanziari partecipativi convertibili per favorire l’apporto di liquidità da parte di investitori interessati al progetto, offrendo loro la possibilità di partecipare in equity o semi-equity.

Conclusioni
Il taglio pratico e di esperienza che ho dato a questo mio intervento voleva far riflettere su un fattor comune che collega le esperienze oltre lo scopo dichiarato: la capacità di creare impatto e sostenibilità attraverso partnership e modelli innovativi.
Una persona che è stata tra i fondatori di Telethon, negli anni ‘90, ha raccontato che quando il progetto è nato, il concetto stesso di ricerca scientifica sulle malattie rare (un termine convenzionale, ma che riguarda centinaia di migliaia di famiglie) era pressoché sconosciuto, e certo ignorato dai più. L’idea vincente è stata quella di investire moltissimo nell’informazione e nella comunicazione, per coinvolgere e sensibilizzare al tema un numero sempre più vasto di soggetti. Progetto riuscito.
Sotto certi aspetti è la stessa situazione in cui si trova ora il mondo della cultura, che crea tanto bisogno in più di potenziare le singole capacità e di fare massa critica. Come?
Intanto pensando alla Riforma del Terzo settore e all’opportunità di diventare ETS non come obbligo formale ad adeguare il proprio statuto, ma cogliendo l’occasione per ripensare profondamente il percorso e le aspettative dell’ente, la sua struttura e le sue potenzialità utilizzando soluzioni organizzative e strumenti che consentano ad esempio un più facile accesso a fondi attraverso la raccolta di donazioni e di prestiti o l’utilizzo di strumenti finanziari come i bond o ancora, per gli immobili, la soluzione del fondo immobiliare per una gestione ottimizzata degli asset, o ancora approfondendo le relazioni con fondi di investimento impact e venture.

E’ stata da poco costituita ad esempio da Avanzi una Sicaf Euveca, dedicata ad investimenti attraverso strumenti di equity o ibridi di debito/equity in imprese italiane o UE che svolgono attività prevalentemente nel settore sociale, con caratteristiche di innovatività e potenziale di crescita.

A breve partirà anche l’attività di Fondazione Italia Sociale, costituita con la Legge delega del 2016, proprio con l’obbiettivo di sostenere progetti sociali innovativi che abbiano respiro nazionale. Per molto che si sta facendo, molto altro si potrà realizzare, se la riforma sarà attuata nei tempi previsti e se la si interpreterà come un punto di partenza per progettare il nuovo e non come un punto d’arrivo prevalentemente definitorio, senza la capacità di aprire vie nuove. Quelle vie hanno bisogno di camminatori coraggiosi e innovativi.

Paradossalmente, quindi, dopo molte esortazioni a muoversi in direzioni non sperimentate e a interpretare il Codice come uno strumento da animare di contenuti strategici, eccomi sul finale a dare a tutti voi un consiglio che ritengo sensato: aspettare, prendersi ancora qualche mese e approfittare di questo tempo per un’analisi profonda di cosa si vuole ottenere diventando ETS. Da questa riflessione, occasionata dal Codice, può uscire anche un’idea più chiara del futuro della missione che i soggetti dell’economia civile hanno svolto per decenni o addirittura per secoli. Non si devono fare false partenze.
Una cosa di questo futuro è chiara: sarà un futuro comune e ad alta intensità di interrelazione, poiché per rispondere a una situazione di risorse declinanti, nella cultura come in ogni altro ambito operativo del non profit l’efficienza diventa un dovere, e solo fare sistema consente di crescere e di dare nuove prospettive all’economia civile e al nostro Paese

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